Mentre un terzo del pianeta muore di fame, di AIDS, di guerre, e milioni di persone in cerca di una possibilità di sopravvivenza cominciano a invadere il nostro paese; mentre saltano in aria le Twin Towers e si stanno gettando le premesse per un immane contrasto di civiltà e di religioni; mentre si assiste a una drammatica palestinizzazione del pianeta; gli intellettuali italiani (se non tutti, certo quasi tutti) sembrano in tutt’altre faccende affaccendati. Giulivi, disinvolti, narcisisti, furbi, pronti a fiutare ogni moda e ogni indirizzo del mercato culturale, sommersi nel clima di declino morale e civile in cui viviamo. Privi di passato e di futuro. Felicemente immemori e accecati.[1]
Prendendo spunto dalle parole di Romano Luperini si cercherà di dare risposta ad alcuni importanti quesiti che non hanno avuto una soluzione, almeno fino ad ora. Quale deve essere il ruolo della letteratura all’interno della società? E’ doveroso da parte dell’autore tener conto della moralità dei suoi personaggi? In altri termini, è opportuno pensare all’impatto che un carattere può suscitare nel lettore, o è meglio dare libero sfogo alla creatività e alla genialità dell’artista? La letteratura ha uno scopo alto, che deve essere salvaguardato? È corretto parlare di censura quando si decide di scrivere dando volontariamente ascolto ad una convenzione di costume piuttosto che alla propria interiorità? E infine è giusto interrogarsi sulle aspettative del lettore, su cosa senta dentro dopo essere arrivato all’ultima pagina?
E’ evidentemente necessario, oggi più che mai, riflettere su questi argomenti.
Che dire delle Madame Bovary e delle Griselda? Dei Don Chisciotte e degli Andrea Sperelli? E di tutta la schiera degli Zeno Cosini e dei Don Abbondio? La letteratura trabocca di infinite tipologie di personaggi che possono suscitare la nostra stima, tanti quanti sono quelli che accendono in noi avversione o addirittura disgusto.[2] Ma secondo quale criterio questi possono essere considerati moralmente giusti o ingiusti da un qualsiasi lettore? Bisognerebbe decidere, a questo punto, se esista o no una morale comune, se esista un senso del bene e del male uguale per tutti gli uomini (o almeno per i lettori!). E’ un discorso sul quale si potrebbe dibattere all’infinito, e tuttavia l’esistenza concreta degli uomini ha nel frattempo bisogno di norme certe, o almeno stabili: principi ottenuti per empiria, perfettibili, non assoluti, ma che esistono. E’ giusto amare, essere onesti, essere generosi; è sbagliato odiare, rubare, uccidere… Il fatto che ci siano persone che ignorino questi principi non significa che essi non esistano.
Bisogna però ammettere che nella lettura di un romanzo, storia possibilmente verisimile ma nella maggior parte dei casi inventata, l’approccio morale rimane piuttosto aperto, e che forse certi obblighi etici vengono messi da parte. Ma la lettura non dovrebbe essere momento di crescita e formazione, oltre che diletto?[3] Si può dunque accettare il diritto (e forse anche il dovere) del lettore di giudicare la statura morale dei personaggi fuoriusciti dalle pagine del libro che sfoglia.
A questo punto sorgerebbero ulteriori problemi, come la levatura morale del lettore stesso, la sua cultura, la sua obiettività rispetto ai fatti narrati. Ma questa trattazione deve easaurirsi in sole ottomila battute. Si prenderà quindi in esame il lettore modello: alta cultura, alta morale, equilibrato coinvolgimento nei fatti narrati.
Importante ora è capire se queste variabili qualità possano interessare e far riflettere colui che scrive: considerato questo incrociarsi tra moraltà comune e desideri del lettore, l’autore deve preoccuparsi di piacere solo ad un pubblico ristretto, di nicchia, o conquistare anche il nostro destinatario modello? Un dubbio spinoso: estro dell’artista o responsabilità della guida morale? Questo è il problema. E’ certo che non si può opprimere la vena creativa dell’artefice: da questa devono fluire spontanee le idee; ma è anche vero che, come si è già detto, spesso la letteratura è un’occasione di crescita e di formazione.
L’intellettuale non ha il diritto di divulgare qualsiasi idea, di dare in pasto al pubblico qualsiasi principio; è chiamato comunque a riconoscere le sue responsabilità nel difficile ruolo di partecipare alla formazione di un individuo onesto, del cosiddetto buon cittadino. In questo momento e in questa civiltà che sta perdendo il valore dell’intellettuale come vate
chi si occupa di cultura deve prendersi la briga di tornare a pensare l’essere, ripartendo da quelle basi etiche insite nel subconscio dell’uomo sin dalla notte dei tempi. Niente che non sia già stato scritto; quelle due o tre cose che gli uomini devono riconoscersi a vicenda, sulle quali ricostruire un nuovo individuo. Difficile? Può darsi, ma forse nemmeno troppo. Basterebbe semplicemente che ognuno assumesse su di sé l’onere di rappresentare personalmente l’essere umano ideale.[4]Con queste parole non si vuole soffocare la libertà di pensiero (e di scrittura), o giustificare la censura, né tantomeno incitarla; ma chi non si preoccupa del lettore, dell’individuo, può essere definito ugualmente scrittore? Dante Alighieri è diventato Dante solo per aver scritto di un immaginario viaggio ultraterreno, o per aver sintetizzato in quell’opera orizzonti e coscienza del suo mondo? Alessandro Manzoni è diventato il Manzoni solo per aver scritto un romanzo piacevole? Per aver creato una bella storia? Oppure perché ha dato impulso alla creazione di un’identità nazionale, di una morale comune?
Entrambi hanno contribuito a plasmare una lingua, quella che si sente oggi per strada, la stessa che è stata usata per elaborare questo saggio, lingua materna faticosamente costruita: l’italiano. Valga, a questo proposito, anche una citazione tratta dal saggio di Umberto Eco Su alcune funzioni della letteratura:
La letteratura tiene anzitutto in esercizio la lingua come patrimonio collettivo. La lingua, per definizione, va dove essa vuole, nessun decreto dall’alto, né da parte della politica, né da parte dell’accademia, può fermare il suo cammino e farla deviare verso situazioni che si pretendano ottimali.[…] La lingua va dove vuole ma è sensibile ai suggerimenti della letteratura. […] Quando Dante, nel De vulgari eloquentia, analizza e condanna i vari dialetti italiani e si propone di foggiare un nuovo volgare illustre, nessuno avrebbe scommesso su un tale atto di superbia, eppure con la Commedia vince la sua partita. […] E se non ci fosse stato quel modello non si sarebbe forse neppure fatta strada l’idea di una unità politica.[5]Queste parole esprimono appieno il valore dello Scrittore con la S maiuscola, quello per cui non si parla di censura (o di autocensura) poiché per Lui è fuori luogo. Lui infatti non è neppure toccato da questo problema, poiché per indole si occupa per esempio dell’ “idea di unità politica”.
Subentra ora una questione: che cosa cerca veramente il lettore quando apre un libro? Cosa vuole che gli rimanga dentro dopo che lo ha richiuso? Domanda critica, specie per il suo entrelacement con le sfere del consumo e di una mercificazione rampante. Ma ovviamente il nostro Scrittore con la S maiuscola non scrive per denaro, bensì mosso da motivi ben più alti, quali l’educazione del cittadino, la formazione di un Paese…tutte cose dette. Ma il lettore vuole sentire queste cose? Perché, se Luperini nel saggio sopra citato si lamenta di una intellighenzia poco o per nulla presente nei gravi problemi che si stanno affrontando, bisognerebbe innanzitutto chiedersi perché il gruppo dei colti si comporti in questo modo. Forse non è stata una decisione arbitraria. Forse il problema ha una radice più profonda, che trae origine non dal momento della produzione, dallo sforzo intellettuale e comunicativo, ma da quello ricettivo, di chi dovrebbe accogliere i messaggi morali e culturali trasmessi. La questione è proprio questa: il giovane lettore medio (definizione certamente infelice, ma efficace) vuole scoprire i segreti del Codice Da Vinci, pensare solo I love shopping e sentirsi sempre Tre metri sopra il cielo. Ed è proprio a questo pubblico di fresche menti ancora in via di sviluppo che il nostro Scrittore con la S maiuscola deve rivolgersi, perché sono loro che costruiranno il futuro, anzi lo stanno già facendo. E non c’è nessuno a guidarli.
A maggior ragione, proprio perché in questo confuso frangente storico letture scadenti invadono i comodini di gran parte degli innocenti lettori, lo Scrittore con la S maiuscola deve insistere e non abbandonarsi all’attuale richiesta delle grandi case editrici di una sorta di prostituzione di massa dei cervelli, delle menti-guida.
E’ ormai tempo che la cultura si decida a dialogare con giovani sempre più abbandonati a sé e all’apatia del loro tempo, giovani che sempre più sentono il bisogno di canuti consiglieri; giovani che però non lo ammettono, non chiedono aiuto.
La grandezza degli intellettuali sarà infatti proprio da misurarsi su questa scala: riuscire a penetrare la spessa cortina creatasi tra il senex e lo iuvenis.
[1] Romano Luperini, Gli scrittori oggi. Un declino anche culturale in La fine del postmoderno, Guida, Napoli 2005, pp. 125-129.
[2] Esistono anche, ovviamente, caratteri che non suscitano nulla nel lettore. Si è preferito però non includerli tra gli esempi, poiché si ritiene non siano da annoverare tra i personaggi. Un personaggio è vivo, è pulsante e per questo suscita emozioni. Gli altri sono strumenti, al massimo caratteri.
[3] Ovviamente qui ci si sta riferendo a quella letteratura etichettata come alta o medio-alta e no alla paraletteratura: romanzi gialli, romanzi rosa, romanzi horror,…
[4] Parla Walter Pozzi, durante un’intervista.
[5] Umberto Eco, Su alcune funzioni della letteratura in Sulla letteratura, Bompiani, Milano 2003, pp. 7-22.